Michele Mattiello. L’urlo come fotografia dell’inconscio
di Roberta Reali
Michele Mattiello (PD), classe 1964, giunge alla serie dell’Urlo come a una
svolta rispetto alle esperienze precedenti e anche come una sintesi degli
anni trascorsi nella sperimentazione sui mezzi e sui materiali della
fotografia.
All’esordio come fotografo di scena, sulle orme di un fratello e del padre,
entrambi impegnati nel teatro, ben presto succedono i primi passi nella
camera oscura. Negli anni Novanta subisce il fascino immediato della
Polaroid – associato alla manipolazione del positivo - e degli apparecchi
che costruisce da sé in modo artigianale.
Osserva, studia i maestri del bianco e nero quali i grandi fotografi dal
taglio sociale Sebastiao Salgado e Don McCullin e i fuoriclasse del
reportage come Paolo Pellegrin e Francesco Zizola. Un altro aspetto, oltre
al fattore eminentemente estetico, colpisce Mattiello, nelle eleganti
immagini al femminile di Tina Modotti, Flor Garduno e Sally Mann: la
sensibile facoltà di lettura degli stati d’animo, un interesse che diventa
più profondo con l’accostarsi alla rigorosa sperimentazione condotta da
Paolo Gioli nell’universo fotografico. L’autore lendinarese, infatti, è
stato tra i primi a praticare la rottura del “patto del silenzio collettivo”
sui temi della follia e dell’erotismo, che l’americano Witkin portò alle
estreme conseguenze nella resa estetica del cadavere, della deformità e
della perversione umana.
Proprio quest’istanza espressiva di ciò che giace inaudito nell’inconscio,
la rabbia sociale e umana dell’individuo contemporaneo, scaturisce
prepotentemente nella serie dell’Urlo, veicolata dall’uso sperimentale dei
nuovi materiali di stampa a getto d’inchiostro.
Michele Mattiello arriva al risultato dell’Urlo attraverso un percorso che
incomincia nel 2004 con una serie di reportage realizzati per l’onlus
Codess Sociale in alcune comunità sparse per l’Italia.
Qui l’autore sviluppa una tecnica narrativa basata sulla neutralità
dell’osservatore, cui contribuisce il passaggio al digitale, ponendo in
essere con un classico b/n (e l’uso controllato delle ombre, del
movimento, del contrasto fuoco/fuori fuoco) il silenzioso “pedinamento” del
soggetto colto nella quotidianità dei suoi gesti, negli oggetti,
nell’ambiente e nell’attività collettiva. Si tratta del “raccontare la
realtà come una storia” di Zavattini. Qui inizia anche l’esercizio
d’empatia con il soggetto che sarà fondamentale nella messa in scena di un
”urlo” reale. Si fa strada l’idea della funzione auto-terapeutica della
fotografia.
In questi stessi anni Mattiello frequenta i workshop dei fotoreporter
Francesco Zizola e Francesco Fantini e tra il 2007-2008 nasce il reportage
“Tracce”, in cui lo scenario deserto di Erto è espressione di un dramma già
consumato, che ha lasciato segni profondi nel paesaggio e sulle pietre della
città. I valori del bianco e nero (stampato artigianalmente su carta opaca)
sono elevati all’estremo contrasto ontologico per mezzo del controluce e
dell’esposizione fotografica nelle ore centrali del giorno o della notte. Le
ombre si stagliano nettissime nella concretezza materica di un nero
assoluto, in cui il fascio di luce zenitale, diretto, obliquo, riflesso o
radente, definisce la qualità della materia. Talvolta l’espediente
luministico ricercato da Mattiello, già tecnico delle luci a teatro,
giungendo a rivelare un dettaglio iconico sortisce l’effetto di un realismo
magico; invece, più spesso associato al taglio dinamico ed espressionista
dell’immagine, rileva un contrasto, fa emergere l’inquietudine del male
incombente, come se la tragedia del Vajont rivivesse in un noir. Una
sola presenza umana, quella di un vero e proprio outsider il cui
volto connaturato ai “fantasmi di pietre” di Erto si manifesta accanto
all’irruzione dell’irrazionale nel notturno della Processione del Venerdì
Santo.
Dal 2008 il fotografo patavino intraprende la serie delle “Nature Morte”, in
cui ogni dramma si compone nella catarsi del suo compimento e nella visione
dell’inguardabile, in cui ogni dialettica di opposti si pacifica nella
contemplazione della morte, della carne ormai dilaniata delle carcasse
animali nel rito atavico dell’uccisione del maiale, nelle gradazioni di
grigio che inseguono le sinuosità dei visceri dell’animale dissanguato e
negli arabeschi cesellati delle teste di animali ridotte dal rigor mortis
alla stregua di oggetti decorativi, di cui si coglie l’estetica delle
proporzioni presenti in natura e il “peso” dei costituenti materiali: la
bellezza del piumaggio, la consistenza delle carni, i rapporti di equilibrio
delle forme e dei diversi stati della materia, lucido, ruvido, opaco ecc. in
un sontuoso b/n in cui è impressa la memoria della foto ai sali d’argento.
Dal 2009 al 2011 Michele Mattiello compie il passo successivo alla concreta
rappresentazione della morte, cioè il tentativo di una diretta evocazione
dell’inconscio ritraendo la trasfigurazione del corpo umano colto nell’atto
di un Urlo primigenio. L’empatia col soggetto è necessaria
all’autenticazione della messa in scena sul set fotografico di un urlo
reale, infatti, il primo compiuto è quello che autoritrae il fotografo
stesso e poi, man mano, i propri cari e i propri amici. Il gesto assume una
funzione liberatoria. Le barriere tra arte scenica, fotografia e realtà
psicosomatica sono da considerarsi con ciò abolite. La nudità è testimone
della ricerca di una vera espressione esistenziale relativa alla condizione
umana, alle sue profonde contraddizioni, alla rabbia e al dolore intrinseco
dell’essere vivente in una materia in continua trasformazione, in una
società alienata: nella nudità dell’Urlo vi è il sentore della forza cosmica
del pianto dei Progenitori della cappella Brancacci, toccati dal
raggio divino e cacciati dall’Eden.
Analogamente, nel processo fotografico, la luce, fecondando la materia
vergine porta ad affiorare dall’oscurità originaria le immagini e i colori
dell’esistenza, come dimostra la pulsante alchimia delle Polaroid che Paolo
Gioli realizzò per la prima volta nel 1977 con la tecnica dell’image
transfer, staccando la materia fotocromatica dal supporto come se si
trattasse di un affresco.
Anche Michele Mattiello in questa serie ritorna all’uso del colore ed
elabora una propria originale tecnica di trasferimento dell’immagine
rimuovendo l’emulsione superficiale dai materiali stampa digitali. A questo
proposito il fotografo afferma: “L'urlo toglie al soggetto una seconda
pelle, quella delle convenzioni, del mettere a nudo il proprio momento di
debolezza. La tecnica usata per queste immagini, togliere l'emulsione
superficiale di una foto per trasferirla su carta, è togliere la seconda
pelle della foto, spogliarla dal suo supporto”. Alla trasformazione della
figura umana nell’azione drammatica dell’urlo corrisponde la trasmutazione
dell’immagine impressa nella materia drammatizzata nell’atto del transfer:
“L'Urlo aveva bisogno di una tecnica imperfetta, come imperfetto è il
momento che ti spinge a urlare”, conclude Mattiello. Il risultato è l’opera
fotografica.
All’inizio del procedimento, l’obiettivo si avvale di una luce morbida,
frontale, che individua i volumi della messa a fuoco e di un’esposizione
corretta; il trasferimento dell’icona genera il collasso della certezza
della materia, che perde concretezza, diviene malleabile, si raggrinzisce e
si deteriora, ma anche quello della forma, che si altera e si fa
ectoplasmatica, pur mantenendo intatta l’identità individuale del soggetto e
la sua forza espressiva. Talora nitidissimi dettagli emergono dal fondo nero
e caliginoso dell’immagine, dai bordi frastagliati, che rievoca la qualità
di un vecchio dagherrotipo. L’icona spesso è composta con quattro foto che
raccontano già una storia, formando, nelle parole di Mattiello “un piccolo
reportage sulla persona, un polittico”.
L’autore è giunto all’esito dell’Urlo esprimendo la propria personale
ricerca del vero in un’esperienza fotografica che pone al centro del
processo di elaborazione dell’immagine l’espressione del soggetto e l’azione
soggettiva su di una materia drammatizzata per mezzo di una tecnica
innovativa. Quest’ultima pone in evidenza la fluidità emozionale in cui si
muovono i nostri sentimenti e le nostre paure inconsce, le quali, per
effetto della sublimazione, possono compiere una trasformazione della realtà
attraverso l’evento condiviso della creazione di un’opera d’arte.
Roberta
Reali
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